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martedì, 27 dicembre 2005
dogma e kerygma (1)

Nei commenti al post precedente, è emersa una questione che merita di essere discussa. Un lettore ci ha infatti chiesto di illustrare meglio i motivi di una nostra affermazione, sulla centralità del dogma dell’Incarnazione nel cristianesimo. La sua contro-risposta, in particolare, ha fatto emergere molto correttamente l’inscindibilità di Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione di Cristo.

Possiamo allora riprendere la questione dal punto in cui l’avevamo lasciata, laddove promettevamo di chiarire il significato del termine dogma, anche in rapporto all’evento della Resurrezione. La Resurrezione di Gesù, pur rimanendo il “fondamento della fede degli apostoli”, non può essere infatti definita come un “dogma”, se conferiamo a questa parola il suo senso più proprio di “
dottrina manifestata da Dio agli uomini, tramite la Sua Rivelazione”, così come stabilito dalla Chiesa: ed è in questo senso che l’Incarnazione rappresenta indubitabilmente il cuore della fede cattolica.

Nella Chiesa delle origini, almeno fino al IV secolo, si usava spesso una distinzione che può aiutarci a comprendere più in profondità questo punto: quella fra dogma (letteralmente, “opinione”: un termine greco che nella filosofia antica designava la proposizione certa di un maestro o di una scuola particolari) e kerygma (che nel linguaggio neo-testamentario indica l’annuncio della morte e resurrezione di Cristo). Il Padre della Chiesa Basilio di Cesarea, ad esempio, definisce il dogma come un «insegnamento non reso pubblico, che i nostri padri hanno custodito», mentre il kerygma è sempre inteso come una «predicazione aperta, accessibile a tutti».

Parlando di tradizioni non rese pubbliche, Basilio non intende riferirsi a dottrine o a pratiche riservate a un ristretto gruppo di credenti (come nella sensibilità di molti dei testi che la Chiesa dichiarerà “apocrifi”), ma a dottrine e pratiche il cui senso risulta pienamente comprensibile solo all’insieme dei fedeli che partecipano alla vita sacramentale e liturgica della Chiesa: chi ne resta per così dire “escluso” sono i non credenti, o quanti devono essere ancora catechizzati. Ma il punto più notevole, nella distinzione operata da Basilio, è l’idea che la tradizione non pubblica dei “dogmi” possa essere proclamata pubblicamente, divenendo in tal modo “predicazione” (kerygma), quando una necessità (per esempio la lotta contro un’eresia) obbliga la Chiesa a pronunciarsi.

Il dogma, secondo questa concezione, non è altro che uno sviluppo dottrinale del kerygma. Non si tratta semplicemente di una “definizione”, è qualcosa di più: potremmo definirlo
piuttosto come un’espressione dell’inesprimibile, come la formulazione di una verità di fede, contenuta nella Rivelazione, che altrimenti non risulterebbe accessibile agli sforzi della ricerca umana.

Come scrive Paolo ai Romani, «ciò che di Dio si può conoscere è manifesto… Dio stesso lo ha manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le Sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da Lui compiute, come la Sua potenza e maestà divina. Essi [i pagani che si sono vòlti all’adorazione degli idoli] sono dunque inescusabili perché, pur conoscendo Dio, non Gli hanno dato lode né Gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrato il loro cuore duro» (Rm 1,19-23).

Con l’espressione «
ciò che di Dio si può conoscere», Paolo lascia forse intendere che di Dio non si può conoscere tutto: occorre cioè che Dio stesso supplisca in qualche modo all’insufficienza delle facoltà umane, le quali hanno la possibilità e la forza di giungere a conoscerLo, seppure in minima parte, ma non di pervenire a ri-conoscerLo, ossia a renderGli lode e a ringraziarLo (in greco: doxàzein ed eucharisteîn). In altri termini, viene sottolineata l’enorme differenza che sussiste fra conoscenza e ri-conoscenza verso Dio: l’uomo, con le sole sue forze, non può che «muoversi a tentoni, benché Dio non sia lontano da ognuno di noi» (At 17,27). Tuttavia, Paolo afferma al contempo che di Dio si può conoscere qualcosa: «le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute»: è il fondamento di quella che sarà chiamatalaivinitàza di Dio si può ottenere senza una rivelazione diretta da parte di Dio.  “teologia naturale”, la conoscenza della divinità che si può ottenere senza una rivelazione diretta da parte di Dio.

I dogmi si inseriscono, quindi, nel cammino di approfondimento dinamico della Rivelazione divina da parte dell’umanità: i vari dogmi sono altrettanti passi in questo percorso di ri-conoscenza, come tante «luci sul cammino della nostra fede» (CCC, § 89). Gesù stesso ha promesso ai discepoli l’invio del Paraclito, lo Spirito Santo che guida i fedeli verso la piena comprensione della Verità (Gv 14,26; 15,26).

Questo però non significa che la Verità sia esauribile in una serie di formulazioni. Citando nuovamente Paolo: «
Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco solo in parte, ma allora [alla fine dei tempi] conoscerò perfettamente» (1Cor 13,12). Se Paolo afferma che ora conosce solo “in parte”, questo “in parte” (in greco: ek merous) non esclude d’altra parte la pienezza nella quale egli conosce. La conoscenza ek merous non sarà eliminata perché falsa, ma perché il suo ruolo non era altro che quello di farci aderire alla pienezza che supera ogni facoltà umana di conoscere. Questa pienezza, nelle parole del Concilio Vaticano II, non è altri che la persona di Cristo (Dei Verbum 8).

Il dogma è quindi come un confine, che viene di volta in volta tracciato per custodire la fede
: e il compito primario di questo confine, per chi aderisce alla fede cattolica, non è la conquista di un territorio inedito, completamente nuovo, ma l’affermazione e la scoperta di quanto già si conosceva, sebbene solo implicitamente.

Fondamentale per la comprensione corretta del dogma è anche un’altra distinzione: quella fra trasmissione orale e trasmissione scritta delle verità di fede. La separazione forzata fra Sacra Scrittura e Tradizione della Chiesa non ha infatti senso di esistere, se pensiamo al modo in cui la Rivelazione è stata trasmessa alle origini: per mezzo cioè della predicazione viva, e solo successivamente per iscritto. La predicazione apostolica ha preceduto la sua consegna per iscritto, nel canone del Nuovo Testamento: anzi, di tale canone non abbiamo un elenco definitivo fino ai concili di Cartagine e di Ippona (393 e 397: quindi dopo il concilio di Nicea, che proclamò il dogma della Trinità).

Le primissime comunità cristiane, in quanto appartenenti a Israele, attribuivano senza dubbio una particolare autorevolezza alle Scritture ebraiche (più o meno corrispondenti al nostro Antico Testamento): ma per una fissazione definitiva dei libri del Nuovo Testamento da considerare normativi e canonici, esse hanno potuto attendere più di tre secoli. Chi accetta il canone del Nuovo Testamento, pertanto, accetta una definizione di fede che proviene da una Chiesa già strutturata dogmaticamente e gerarchicamente, e fondata sullo sviluppo della tradizione apostolica. E un tale argomento è già di per sé sufficiente, per togliere peso e valore a tutti quei movimenti che si appellano pretestuosamente ai testi biblici per condannare la Chiesa che li avrebbe successivamente tradìti.

Questo processo di sviluppo del dogma, secondo la dottrina tradizionale della Chiesa, non riguarda allora il contenuto della Rivelazione (come se questo fosse modificabile a piacere), quanto la conoscenza che i cristiani ne hanno attraverso i tempi. Non vi può essere contraddizione fra le fonti della fede (la ragione che scruta il creato, la Rivelazione, la Tradizione della Chiesa) e la definizione di un dogma.

Tale definizione si rende necessaria, storicamente, ogni qual volta la comunità dei fedeli ne avverta l’esigenza. Come scrisse G.K. Chesterton, con l’arguzia che gli era consueta,
«le verità si mutano in dogmi nel momento in cui sono discusse. Così, ogni uomo che esprime un dubbio definisce una religione. E lo scetticismo del nostro tempo non distrugge realmente le credenze, le crea; conferisce ad esse i loro confini e la loro forma chiara e ardita… Noi che siamo cristiani non conoscevamo il grande buon senso filosofico che inerisce al mistero [della Fede], fino a che gli scrittori anticristiani non ce l’hanno indicato. La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diverrà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere, non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancor più incredibile: questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto».

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti
volti e parole, lettere dalla campagna, cristianesimo antico e dintorni