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venerdì, 09 maggio 2008
il turismo è peccato, viaggiare a piedi è virtù

La storia è nota. Nel 1974, alla fine di novembre, il regista tedesco Werner Herzog viene a sapere che la sua cara amica Lotte Eisner è gravemente malata. No non può essere, non in questo momento, dice lui, non posso permettere che muoia. Decide allora di percorrere a piedi, in linea retta, il tragitto che li separa: Monaco-Parigi. E parte. Munito di una bussola, una sacca e un paio di stivali buoni. Giunto a destinazione, un mese dopo, Lotte è guarita. E vivrà per altri otto anni. Il racconto del viaggio diventa una specie di ex voto, col titolo Sentieri nel ghiaccio (ristampato in questi giorni da Guanda). Un uomo che fa questo, comunque la pensi, merita tutto il mio rispetto.

P.S. La frase del titolo è presa da qui. Ah, sarò via per una settimana circa (a piedi). Fate i bravi e buona Pentecoste. A presto!

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scaffale aperto, diario scritto di giorno

giovedì, 08 maggio 2008
gente pia

Chissà se si coglie il veleno di questa pagina:

«…Che cosa c’è di più bigotto, infatti, di un sano laico, così burbanzoso e credulo verso i suoi princìpi? E quei fieri atei, tutti convinti che un mistico sovrano come Giordano Bruno fosse uno dei loro? La Chiesa, che lo ha bruciato, sapeva assai meglio con chi aveva a che fare. Loro invece gli hanno anche dedicato un monumento, come fosse il Milite Ignoto. E gli illuministi? Se davvero esistessero, dovrebbero evitare innanzitutto di credere nei Lumi. Ecco la nuova “gente pia”, neppur protetta nella sua bigotteria dalle mediazioni cerimoniali, dall’arcano pragmatismo di una Chiesa. Invece che da un sacramento, si lasciano possedere da qualche maiuscola. La Società, l’Umanità, l’Uomo, la Specie (erano quelle che il secolo prediligeva e continuano a infierire oggi, anche se molte altre si sono aggiunte). Non sanno su quali presupposti agiscono e non amano che qualche irriverente sofista glielo chieda. Se sono costretti a scoprirli, offrono una visione assai meschina. Frantumi di banalità, cartigli di Luoghi Comuni rivestono lo zoccolo dei loro Princìpi e Valori. Meglio che lo coprano con le loro pratiche superstiziose. Non sempre sono assassine, talvolta hanno una certa stolida mitezza».

(Roberto Calasso, La rovina di Kasch, Milano 1989, p. 339)

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gnosticismi

mercoledì, 07 maggio 2008
adversus Catharos

Dicono sia l’edificio in mattoni più grande del mondo. Certo è un monumento alla difesa della fede. Possente e austera all’esterno, e ricchissima all’interno: è la Cattedrale di Santa Cecilia ad Albi, nel sud della Francia. Ora è possibile visitarla virtualmente, grazie a questo magnifico sito (credo occorra scaricare Quicktime, per non visualizzare immagini statiche).

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forma e sostanza

martedì, 06 maggio 2008
Dossetti: un docetista?

Si narra che il benedettino Jacques Dupont, tra i più grandi biblisti del XX secolo, definisse provocatoriamente Giuseppe Dossetti come un “docétiste” (docetista). Immagino che la battuta possa spiegarsi nel modo che segue: a) secondo Dossetti, “Parola di Dio” non sarebbe tanto il Verbo incarnato (Gesù Cristo), quanto la Bibbia; b) il testo biblico sarebbe esclusivamente e integralmente “Parola di Dio”; c) l’umanità del Verbo e delle Scritture risulterebbe perciò negata o svalutata. Insomma, più che dai cattolici “dossettiani” (uno spettro s’aggira per l’Italia), dovremmo guardarci dai cattolici “dos(s)etisti”… Chissà se qualcuno ne terrà conto, al prossimo Sinodo dei Vescovi

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plausi e botte

Erbe amare a Torino

Ricevo e diffondo, dall’Ufficio Stampa dell’Editore Bonanno: il libro Erbe amare di Ariel Levi di Gualdo verrà presentato alla Fiera del Libro di Torino dal giornalista Andrea Tornielli. L’appuntamento è per lunedì 12 Maggio alle ore 11.00. 

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diario scritto di giorno

lunedì, 05 maggio 2008
divagazioni sul tempo e l'eternità

[Rispondo da qui, indecorosamente, a un commento di Rosanna]

Cara Rosanna,

posto che ad essere “stupide”, solitamente, sono le risposte più che le domande, e posto pure che fra i lettori del blog ci sarà sicuramente qualcuno che meglio di me potrà rispondere ai tuoi quesiti… provo ugualmente a dir qualcosa.

Innanzitutto, penso vada chiarito che non bisogna guardare all’eternità come ad un prolungamento del tempo. L’eternità non è un tempo infinito, ma è qualcosa che sta al di là di spazio e di tempo. Pertanto “abbassare” l’eternità riducendola al tempo non soltanto sarebbe metafisicamente “aberrante”, ma andrebbe pure contro a quel che di fatto è accaduto con l’Incarnazione. È il mirabile scambio: il Figlio di Dio che si fa uomo, affinché l’uomo si faccia figlio di Dio, partecipando della Sua natura. Il movimento procede dall’alto, dall’eterno, e all’alto e all’eterno ritorna. Questo, ovviamente, ha profonde conseguenze sul nostro modo di intendere il tempo e la storia: ed è per questo che noi cristiani vediamo meglio di tutti l’assurdità di una filosofia della storia, perché è possibile soltanto una teologia della storia.

Sull’incarnazione, quanto al resto, hai sicuramente ragione: le due dimensioni di eternità e di tempo non sono inconciliabili, ma sono – per così dire – embricate l’una nell’altra. Però è anche vero che, secondo il dogma, è soltanto la seconda Persona della Trinità che ha fatto ingresso nel “tempo”. La sofferenza di Cristo sulla Croce, una sofferenza reale e non apparente, riguarda esclusivamente la Sua natura umana, non quella divina. Altrimenti si rischierebbe di cadere nell’eresia patripassiana, che attribuiva a Dio Padre le sofferenze patite dal Figlio.

Il Credo aquileiese, commentato da Rufino al principio del V secolo, aggiungeva non a caso al primo articolo su “Dio Padre onnipotente” gli aggettivi “invisibile e impassibile”, proprio per escludere concezioni di questo tipo. Cito un passaggio della Expositio Symboli del menzionato Rufino:

«È bene sapere che queste due parole [“invisibile” e “impassibile”] non si trovano nel Simbolo della Chiesa di Roma. Ma sappiamo che presso di noi sono state aggiunte a causa dell’eresia di Sabellio, cioè quella che i Latini definiscono Patripassiana, in quanto afferma che proprio il Padre è nato dalla Vergine e sostiene che egli si è fatto visibile e ha patito nella carne. Pertanto, al fine di respingere tale empietà riguardo al Padre, i nostri predecessori hanno aggiunto tali parole ed hanno definito il Padre invisibile e impassibile. Sappiamo infatti che il Figlio, non il Padre, è nato nella carne e in forza della nascita carnale il Figlio è diventato visibile e passibile. Ma per quanto attiene alla sostanza immortale della divinità che per lui è una sola e la stessa del Padre, in tal senso non crediamo visibile e passibile né il Padre né il Figlio né lo Spirito Santo. In quanto poi il Figlio si è degnato di assumere la carne, egli nella carne è stato visto ed ha patito» (op. cit., § 5, trad. M. Simonetti).

Se ho intuito correttamente i dubbi che stanno alla base delle tue domande, credo che questo passaggio sarà di grande chiarimento. Ma c’è dell’altro che bolle in pentola, mi pare. Si tratta, penso, del problema del rapporto tra creazione e rivelazione, e in ultima analisi tra grazia e libero arbitrio. Su questo tema straordinariamente complesso, fra le varie cose, c’è una bellissima voce scritta da Gaetano Lettieri per il Dizionario di Letteratura patristica curato da A. Di Berardino e altri (San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, pp. 628-687).

Le nozioni di grazia e di libero arbitrio, scrive Lettieri, «presuppongono una relazione tra due libertà, asimmetricamente e diacronicamente connesse: l’una creata, chiamata, provata, redenta dall’altra, che sempre la precede e la governa, ma che pure è paradossalmente determinata da quella, capace di obbligarla a un divenire “storico”, al punto che il rapporto tra grazia e libertà può essere rappresentato come l’abbraccio di lotta che stringe Giacobbe con l’angelo di Dio. Da una parte, infatti, la libertà creata fende la creazione divina, costringe la libertà creatrice a intervenire nuovamente, tramite la rivelazione della Legge o, dopo e oltre questa, della grazia, per correggere il disegno della creazione alterato dalla creatura; dall’altra, la libertà creaturale sussiste unicamente a partire dall’apertura del dono divino (creativo, rivelativo o redentivo che sia). Dimensione paradossale, logicamente aporetica, questa del dono (nome che la Bibbia stessa attribuisce allo Spirito Santo), che tale è soltanto se incondizionato, indebito, assoluto, dato gratis, senza ragione cogente o richiesta di contraccambio, ma che d’altra parte si rivolge a una libertà che lo accolga e lo riconosca, a una risposta consapevole, grata, spontanea, non costretta, eppure dovuta».

Come sciogliere allora questo dilemma, questa aporia del dono? Non trovo parole migliori di quelle, provvidenzialmente segnalate da un caro amico, che Dante attribuisce a san Pier Damiani, nel canto XXI del Paradiso (da leggere tutto), vv. 91-102:

Ma quell’alma nel ciel che più si schiara,

quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso,

la dimanda tua non satisfara;

però che sì s’innoltra ne lo abisso

de l’etterno statuto quel che chiedi,

che da ogni creata vista è scisso.

E al mondo mortal, quando tu riedi,

questo rapporta, sì che non presumma

a tanto segno più mover li piedi.

La mente, che qui luce, in terra fumma;

onde riguarda come può là giue

quel che non pote perché ’l ciel l’assumma…

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lettere dalla campagna

venerdì, 02 maggio 2008
quasi Tischreden

Una perla dell’esegesi contemporanea:

«Non è storicamente impossibile che Gesù fosse strambo».

(E.P. Sanders, Gesù e il giudaismo, trad. it. Marietti, Genova 1992, p. 428)

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plausi e botte

anniversari

Ieri i cent’anni dalla nascita di Giovannino Guareschi (qui il sito ufficiale con tutte le iniziative), oggi i tredici anni dalla scomparsa di Cornelio Fabro, che verrà ricordato stasera nel paese che gli diede i natali (Flumignano, in provincia di Udine).

Un articolo del “Messaggero Veneto” (1/05/2008, p. 18) osserva opportunamente che «il vasto contenuto speculativo di padre Fabro si basa su uno studio genetico, storico e critico del tomismo, che gli permise di avviare, con solidità e consistenza, un dialogo e un confronto con le istanze più acute del mondo moderno. In tempi di contestazione del magistero della Chiesa, a Fabro venne riconosciuto il merito di avere esplicitato un pensiero che ha saputo corrispondere alla generosa esigenza della fede con l’audacia autentica della ragione».

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diario scritto di giorno

mercoledì, 30 aprile 2008
il Dottor Ronfstein

   

   Jonathan Z. Smith, geniale scopritore del metodo di produzione del legno dolce.

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volti e parole

lunedì, 28 aprile 2008
procede la causa di beatificazione di J.H. Newman

«La Procura Generale è lieta di annunciare che in data odierna la Consulta Medica della Congregazione per le Cause dei Santi ha espresso all’unanimità giudizio positivo sulla straordinarietà della guarigione attribuita all’intercessione del Ven. Card. John Henry Newman C.O. e presentata dalla Postulazione come “miracolo” per lauspicata beatificazione. Rendiamo grazie a Dio per questo importante passo che accelera l’iter della Causa, la quale in tempi brevi dovrebbe ormai giungere a conclusione».

(tratto da qui)

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diario scritto di giorno

sabato, 26 aprile 2008
non solo rosa rosae

Franco Cardini intervistato dal Korriere:

«
“Peggio per loro”. Peggio per gli Stati Uniti, per la Germania, per la Francia se hanno abolito il latino dalle scuole: “Le conseguenze si vedono bene”. È l’opinione inequivocabile di Franco Cardini, professore di Storia medievale all’Università di Firenze ed esperto di crociate. Cardini sarebbe disposto ad aprire una sua personale crociata pur di difendere il latino nelle nostre scuole: “Se l’andazzo europeo è il taglio delle proprie radici, della tradizione, dell’identità, non vedo perché l’Italia debba adeguarsi: lo si voglia o no, noi da diciassette secoli siamo il centro della Chiesa cattolica, che è stata un elemento importantissimo nella costruzione del nostro paesaggio culturale, della nostra mentalità e del nostro patrimonio artistico. In più la lingua italiana è strutturalmente vicinissima al latino. Ci sono troppi dati culturali che ci tengono legati al mondo classico”.

D’accordo, ma è anche vero che è stata proprio la Chiesa, con il Concilio Vaticano II, a tagliare i ponti con il latino.


“Ho fatto il liceo presso la Compagnia di Gesù e sin da ragazzino non ero affatto convinto dei ragionamenti in favore dell’italiano nella liturgia. Notavo che mia nonna, che aveva un’istruzione molto limitata e faceva fatica persino a leggere il giornale, coglieva anche le sfumature della liturgia latina, perché era una lingua di grandissima forza e intensità e chiarezza di concetti interni. È stato un errore madornale tradurre la liturgia: tra l’altro si vedono i risultati nello scadimento culturale del clero”.


Torniamo alla scuola. Dunque, il latino non va toccato neanche nei licei scientifici?


Nonostante tutto il bla-bla progressista del passato, il latino è una grande scuola di formazione. Non è solo il “rosa, rosae”, ma una disciplina mentale... È un grande esercizio di mnemotecnica: la perdita di abitudine nell’esercitare la memoria ha già provocato danni immani sul piano degli strumenti e delle potenzialità culturali dei ragazzi. La nostra scuola è stata vittima dei sociologi e degli psicologi, che con i politici e i sindacalisti hanno rovinato l’Italia. In nome di un malinteso senso di libertà, i sociologi degli anni Sessanta dicevano che non bisognava sottoporre i ragazzi a troppi sforzi in nome di uno sterile nozionismo. Mi dicevano che oggi i giovani medici non ricordano i nomi dei farmaci: sicuramente hanno studiato male il latino e il greco. La sudditanza al mondo americano ci fa pensare che il linguaggio scientifico sia oramai solo inglese. Non è vero, il nostro linguaggio scientifico è ancora legato a Linneo”.

D’accordo sul bla-bla progressista, però non è che le famose tre I del centrodestra guardassero molto all’educazione classica: Inglese, Impresa, Internet.


“In effetti delle tre I non si è visto nulla. Forse un po’ di impresa, ma per il resto... L’inglese rimane pessimo nelle scuole e i computer spesso restano imballati nei sottoscala. Le lingue vive ormai si imparano sul posto o con i mezzi audiovisivi, basta un po’ di pratica. Niente a che vedere con il rigore che si impara studiando il latino. Dire che il latino, essendo una lingua morta, è inutile, è un insopportabile conformismo che per fortuna oggi va un po’ dileguandosi. Voglio sperare che il governo di destra non faccia scherzi, anche se non mi meraviglierebbe, visto che ha la tendenza a correre dietro agli Stati Uniti”.

Ma il supino che cosa può dire a un ragazzino del Duemila? Non sarebbe bene mollare un po’ sulla lingua e insistere sulla civiltà e sulla cultura?


“Nella scuola di oggi ci sono delle porcate assolute, come il debito formativo, che rovinano moralmente le giovani generazioni e le rendono incapaci di articolare un pensiero. So benissimo che quando una disciplina viene derubricata, a poco a poco finisce per sparire: è inutile aggirare o negare le difficoltà traducendo in pillole una struttura linguistica rigorosissima, di estrema bellezza e armonia interna, magari sostituendo lo studio della lingua con notiziole su come vivevano i romani, su come mangiavano, su come facevano la guerra e l’amore”».

(Fonte:
“Korriere della sera”, 25 aprile 2008)

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plausi e botte, forma e sostanza

venerdì, 25 aprile 2008
profeti di ventura

«Il giorno in cui l’America metterà il suo piede in Europa, la pace e la sicurezza vi saranno bandite per lungo tempo» (Charles-Maurice de Talleyrand).

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diario scritto di giorno

giovedì, 24 aprile 2008
c'è sempre speranza per Odifreddi

«Ad essi esplicitamente dichiara che la sola speranza dell’uomo e la sua sola salvezza sono poste nella fede cristiana (che, insegnando la verità, e con la divina sua luce dissipando le tenebre dell’umana ignoranza, opera per amore) e nella Chiesa cattolica, depositaria del vero culto, stabile dimora della stessa fede e tempio di Dio, fuori del quale, fatta salva la scusa di una invincibile ignoranza…».

(Pio IX, enciclica Singulari quidem, 17 marzo 1856)

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umorismo vaticano

il Papa e l'America

Per chi se lo fosse perso, segnalo questo intervento di Luigi Copertino.

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plausi e botte

Oral Tradition Journal

Una vera manna per chi scrive di cose orali. Tutti i numeri della rivista “Oral Tradition” (che si pubblica dal 1986) sono integralmente consultabili on-line.

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scaffale aperto

domenica, 20 aprile 2008
la burocratizzazione della Chiesa

Ho leggiucchiato in questi giorni un libello di Giancarlo Zizola e Alberto Barbero, La riforma del Sant’Uffizio e il “caso Illich” (Torino 1969), fortunosamente recuperato in una bancarella di libri usati: ormai vecchio e inutilizzabile nelle argomentazioni e nello “spirito”, ma interessante per una ricostruzione dell’intricata faccenda delle accuse piovute sull’allora monsignore Ivan Illich, da parte della Congregazione per la dottrina della fede.

Una faccenda poco chiara, almeno per il sottoscritto, anche a distanza di anni; e questo a prescindere da luci e ombre dell’operato e del pensiero di Illich, che com’è noto chiese ed ottenne la riduzione operativa allo stato laicale, pur dichiarando assoluta fedeltà all’ordinamento giuridico-istituzionale della Chiesa e al carattere permanente del sacerdozio (per questo restò celibe, e continuò per tutta la vita a recitare quotidianamente il breviario).

In un’intervista concessa poco prima della morte, peraltro, Illich imputava chiaramente l’avvio del procedimento ai suoi danni, che si risolse in nulla di fatto, all’azione di ambienti clericali (in particolare p. John Considine, della Società per le missioni cattoliche Maryknoll) legati a doppio filo con la CIA (erano gli anni dei Peace Corps e della “Alleanza per il Progresso” di Kennedy...).

Il volumetto dei due giornalisti, assieme ai materiali del procedimento – il testo dell’interrogatorio, le lettere inviate da Illich al Santo Padre e al card. Seper, etc. – , riporta anche i due articoli  che diedero il via al “caso Illich”: Il rovescio della carità, apparso inizialmente sul quaderno del 21 gennaio 1967 di “America”, rivista dei padri gesuiti nordamericani (trad. it. ne “Il Gallo”, n. 10, ottobre 1967, pp. 16-17); e Metamorfosi del clero, articolo scritto come traccia di discussione per un gruppo di sacerdoti statunitensi (Illich fu a lungo incardinato nella diocesi di New York), pubblicato in Italia dalla rivista di orientamento clerical-progressista “Testimonianze” (n. 101, gennaio-febbraio 1968, pp. 35-53).

È impressionante accostarsi a questi testi quarant’anni dopo. Illich captò perfettamente il senso profondo che certi mutamenti post-conciliari avrebbero potuto avere – e di fatto ebbero – sulla struttura e sulla vita stessa della Chiesa cattolica: sul piano della diagnosi, come spesso accade, la sua analisi è impeccabile; mentre risulta cedevole e storicamente superata (a tratti perfino inaccettabile) sul piano delle alternative proposte.

Era prevedibile, quindi, che i cattolici “progressisti”, in quegli anni, considerassero Illich soltanto da quest’ultimo punto di vista. Conviene comunque, credo, rileggere oggi alcuni passaggi del secondo di questi articoli, per il loro notevole potenziale “critico”, nel senso più nobile e alto del termine:

§§§


«La Chiesa romana, che vuole essere il segno della presenza di Cristo nel mondo, è diventata la più grande amministrazione non governativa del pianeta (…). Alcuni cattolici vi trovano un motivo di fierezza. Altri si rendono conto che la crescente complessità della sua amministrazione minaccia la sua vitalità e la sua capacità di rivelare Dio agli uomini. Lo sforzo per rendere la Chiesa più moderna e efficiente è parallelo a un decadimento della disciplina. Più la Chiesa diventa un’impresa organizzata e moderna e più sembra essere abbandonata dal suo personale a tempo pieno.

Alcuni reagiscono con dolore, angoscia, paura, davanti a questa crisi. Altri lavorano eroicamente e si sacrificano per scongiurarla, altri ancora, con dispiacere o con soddisfazione, interpretano il disordine disciplinare come un segno della scomparsa della stessa Chiesa romana (…).

La Chiesa
post-conciliare segue l’esempio di alcune chiese protestanti, trasferendo numerosi ecclesiastici dal lavoro parrocchiale alle funzioni di scribacchini nell’“apostolato burocratico”. Ci si chiede di pregare Dio perché mandi un maggior numero di impiegati negli uffici e perché ispiri ai fedeli il desiderio di pagare il conto. Non tutti sono capaci di auspicare simili “benefici”. Lo sviluppo automatico degli uffici avviene senza bisogno di assistenza divina: il Vaticano stesso ne è un esempio.

Dopo la fine del Concilio, alle dodici venerabili Congregazioni si sono affiancati numerosi organismi post-conciliari che si accavallano gli uni sugli altri: commissioni, consigli, organi consultivi, comitati, assemblee, istituti e sinodi. Questo labirinto burocratico è ingovernabile: tanto meglio. Forse potremo apprendere così che i princìpi di amministrazione delle imprese non sono applicabili al Corpo di Cristo.

Oggi la Curia romana di origine medievale assume l’aspetto di un quartier generale di pianificazione e di amministrazione di una società centralizzata, le cui succursali godono di un’autonomia ben calcolata. Ma il Vicario di Cristo, se non è un imperatore bizantino, non è nemmeno il Presidente-Direttore Generale di una società d’affari (…).

La Chiesa
nel passato si sforzava di farsi riconoscere dagli Stati moderni come un altro Stato; attualmente, in modo sottile, cerca di farsi riconoscere come organizzazione internazionale di interesse pubblico, come la FAO o il Consiglio delle Chiese. Roma diventa partecipe di fondazioni filantropiche, di consigli di ricerca e della commissione internazionale atomica. La preoccupazione di dire come Chiesa la sua parola in sempre più cose, in sempre più ambienti, spinge naturalmente alla tentazione di creare sempre nuovi uffici e di riempirli di elementi docili (…).

Se la Chiesa vuole rimanere aggrappata al sistema esistente che fa del sacerdote un “professionista dell’apostolato”, il nostro problema attuale resta insoluto: quello del “prete professionale” sempre più specializzato, insoddisfatto e frustrato, e quello del cristiano che rifiuta il “ministero” per attaccamento al suo “stato laico”.

Nell’intento di affrontare questa crisi, nei prossimi anni vi sarà un pullulare di programmi di aggiornamento del clero (…). Sempre più le diocesi e le congregazioni religiose chiedono agli esperti dell’industria di insegnare loro i metodi professionalmente attuali, dalle relazioni pubbliche alle statistiche demografiche. La Chiesa diviene così una “impresa di servizi” in mezzo a tante altre. Si parte dal principio che è necessario “aggiornare” il “prodotto” del noviziato e del seminario per abilitarlo a funzionare dopo il Concilio: si parla allora un nuovo linguaggio e si celebra secondo un nuovo rito (…).

Disgraziatamente, l’espressione “formazione cristiana” abbraccia attualmente troppe realtà. Come vari altri termini usati nella Chiesa, essa ha perduto quasi ogni significato. È necessario precisarlo nuovamente, per comprendere che non è la formazione professionale in teologia che fa il prete nella sua specificità (…).

Il risultato specifico dell’educazione cristiana è il “senso della Chiesa”. L’uomo che lo possiede affonda le sue radici nell’autorità viva di questa Chiesa, vive nella fecondità creatrice della fede e parla in termini ispirati dai doni dello Spirito. Questo “senso della Chiesa” sgorga dalla lettura delle fonti cristiane, dalla partecipazione alla celebrazione liturgica, da una certa maniera di vivere.

È il frutto dell’incontro con Cristo e la misura della reale profondità della preghiera. Risulta dalla penetrazione della fede attraverso la luce dell’intelligenza, l’apertura del cuore e la sottomissione della volontà. Nella designazione di un adulto al diaconato o al sacerdozio, bisognerà esaminare se vi è in lui tale “senso”, più che fondarsi sui suoi successi in teologia o sul tempo passato fuori del mondo. Non gli domanderemo la competenza professionale per insegnare al “suo pubblico” (…).

Non si può pianificare l’avvenire della Chiesa, solo lo si può immaginare; lo si vive comunque nell’obbedienza e solo allora lo si scopre. Il mio presente è sempre il passato di qualcuno e il futuro di un altro: per questo sono responsabile per la Chiesa con la risposta che darò oggi al Signore» (I. Illich, Metamorfosi del clero, in op. cit., pp. 108-128).

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lettere dalla campagna

venerdì, 18 aprile 2008
cosa ci dice il prezzo dell'oro

Lo spiega Ron Paul in un articolo densissimo, provvidamente segnalato dal blog di Andrea e Francesco.

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plausi e botte

giovedì, 17 aprile 2008
scherzi da Papa

Ecco il testo integrale del videomessaggio che Papa Benedetto XVI ha inviato ieri, giorno del suo compleanno, al popolo russo (fonte: ZENIT):

«Cari cittadini della Federazione russa, sono grato per l’invito rivoltomi a porgervi il mio saluto cordiale e colgo volentieri l’occasione per esprimere la stima, l’affetto e la considerazione che da sempre il Successore di Pietro e la Chiesa Cattolica nutrono nei confronti dei vostri popoli e della Chiesa Ortodossa Russa. La Russia è davvero grande sotto molti aspetti: nella sua dimensione territoriale, nella sua lunga storia, nella magnifica sua spiritualità, nelle sue molteplici espressioni artistiche. Nel secolo scorso anche l’orizzonte del vostro nobile paese, come di altre regioni del continente europeo, è stato oscurato da ombre di sofferenza e di violenza. Contrastate però e vinte dalle splendide luci di tantissimi martiri ortodossi, cattolici e altri credenti, periti sotto l’oppressione di feroci persecuzioni. L’amore a Cristo sino al martirio, che li accomuna, ci richiama l’urgenza di ricomporre l’unità dei cristiani, dovere al quale la Chiesa Cattolica si sente impegnata irrevocabilmente. In questa direzione si stanno movendo sia la Chiesa Cattolica sia la Chiesa Ortodossa Russa. Ricordo bene che al Concilio Vaticano II era presente una delegazione del Patriarcato di Mosca ed ho seguito i contatti con l’Ortodossia Russa che vi sono stati in seguito. Negli ultimi anni questi contatti sono andati intensificandosi particolarmente fra i fedeli, i sacerdoti e i vescovi. Che dire poi del dialogo interreligioso, interculturale che è un altro degli impegni prioritari della Chiesa Cattolica e ritengo anche di quella Ortodossa Russa. Consapevole del dono spirituale di cui sono depositari, e conservando saldamente la propria identità, i cristiani sono chiamati ad incontrare i seguaci delle altre religioni, instaurando con loro un proficuo dialogo nella verità e nella carità. Per questo prego ed auspico che la millenaria esperienza ecclesiale russa continui ad arricchire il panorama cristiano in uno spirito di sincero servizio al Vangelo e all’uomo di oggi. Ed ora un saluto in lingua russa:

[In Russo]


Sono molto contento di potermi rivolgere in lingua russa al popolo ed al governo di questo grande e a me così caro Paese russo. Qui in America abbastanza bene, a parte il Presidente che beve molto e come sapete è appunto protestante. Comunque sia, saluto affettuosamente voi tutti cari fratelli ortodossi, in particolare Sua Santità, il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, i vescovi cattolici come pure le loro comunità. A tutti auguro pace, benessere e amore reciproco e invoco su di voi la benedizione del Signore».

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umorismo vaticano

addio a Krister Stendahl

Due giorni fa è scomparso uno dei più celebrati studiosi di Paolo della seconda metà del Novecento, il teologo (luterano) Krister Stendahl. Esponente di spicco della cosiddetta “New Perspective on Paul” (maggiori dettagli in questa pagina), Stendhal era nato a Stoccolma nel 1921. Qui trovate una bibliografia dei suoi scritti. In italiano è disponibile una raccolta di saggi dal titolo Paolo fra ebrei e pagani (Claudiana, Torino 1995; ed. or. Philadelphia 1976).

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cristianesimo antico e dintorni

mercoledì, 16 aprile 2008
prosegue il dibattito sul Vangelo segreto di Marco

È finalmente on-line la replica completa di Peter Jeffery (in pdf) all’esorbitante recensione di Scott Brown (ne parlavamo qui), mentre nella pagina personale dello stesso Jeffery (docente di Storia della musica a Princeton) c’è un rimando a tutte le reazioni al suo ultimo volume, The Secret Gospel of Mark Unveiled: Imagined Rituals of Sex, Death, and Madness in a Biblical Forgery (Yale University Press, New Haven 2006). Loren Rosson fa il punto della situazione, qui.

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scaffale aperto, gnosticismi